Qual è la tua porta nel muro?

porta nel muro

La porta nel muro è un racconto di H.G. Wells (1866-1846), scrittore britannico considerato uno dei padri della Fantascienza. C.S. Lewis, nel suo scritto Experiment of Criticism, nel capitolo dedicato al mito, lo menziona come uno dei testi dotati di “qualità mitica”, insieme per esempio a Dr. Jekyll e Mr. Hide o Il castello di Kafka.

Una delle caratteristiche di un mito, secondo Lewis, è che, a prescindere dal modo in cui sia raccontato, lo scheletro della storia riesce comunque ad affascinare il lettore, in quanto la trama dei fatti è capace di per sé di toccare l’animo umano tanto da dargli la consapevolezza che non lo lascerà mai più, resterà nella sua mente e nel suo cuore. Al contempo Lewis afferma che questo ha una certa dose di soggettività, ossia rilevare la natura del “mitico” dipende anche dal lettore.

Propongo qui una breve sintesi del racconto perché chi legge possa capire se condivide il giudizio di Lewis o meno, ed eventualmente decidersi a leggerlo per intero. 

Il protagonista, Lionel Wallace, è un uomo di successo che confida all’amico narratore di aver vissuto da bambino, quando aveva soli cinque anni,  un’esperienza straordinaria: aveva trovato per caso una misteriosa porta verde in un muro e che lo aveva condotto in un giardino incantato, un luogo di bellezza e felicità assolute, dove si era sentito completamente in pace: le pantere gli sorridevano e lo coinvolgevano nel gioco, tutti erano gioiosi e affettuosi con lui, le piante meravigliose, finché una signora seria, gli si avvicinava con un libro in cui poté vedere tutta la sua vita fino ad allora. Appena però lui insistette per vedere come proseguiva il libro si ritrovò nel grigiore della vita reale. Rientrato a casa pianse e raccontò ingenuamente quanto successo; nessuno gli credette e venne accusato di avere mentito. Il ricordo della porta però non lo lasciò, ma nei giorni successivi non poté ritornare perché in punizione. Crescendo, Wallace dedicherà la sua vita alla carriera politica e ai doveri sociali, ma è ossessionato dal ricordo di quel giardino e dalla porta che vi conduce. Nel corso degli anni intravede più volte la porta – sempre in momenti cruciali della sua vita – ma ogni volta sceglie di non attraversarla, privilegiando gli impegni immediati e le ambizioni del momento. E questa scelta lo tormenta con crescente angoscia e rimpianto, perché la porta non è sempre a disposizione, gli si fa presente solo in alcuni momenti.

Il racconto non termina qui ma non voglio spoilerare il finale.

Non so precisamente a cosa Lewis si riferisse quando parlava di “qualità mitica” di questo racconto, nel testo menzionato non lo esplicita; ma posso dire che da quando ho letto questa storia mi è rimasta dentro e la penso spesso. Forse non mi lascerà più. Mentre leggevo pensavo di avere fatto un’esperienza analoga a quella di Wallace: trovare una porta che introduce a un’altra dimensione di realtà in cui sei felice. E pure di aver intravisto più volte questa porta e non esserci entrata. Da quando ho letto Wells cerco di farci più attenzione.

Articolo scritto da

Federica Bergamino

Torna in alto